mercoledì 9 marzo 2016
Nostalgia per qualcosa in cui credere...
Chi dice che io sono uno che non crede, mi conosce meglio di quanto io conosca me stesso. Io posso essere uno che non crede, ma uno che non crede che ha nostalgia per qualcosa in cui credere. (Pier Paolo Pasolini)
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venerdì 4 marzo 2016
Diverso da come ti aspettavi...
Viene il giorno che ti guardi allo specchio e sei diverso da come ti aspettavi. Si, perchè lo specchio è la forma più crudele di verità. Non appari come sei veramente. Vorresti che la tua immagine corrispondesse a chi sei dentro e gli altri, vedendoti, potessero riconoscere subito se sei uno sincero, generoso, simpatico... invece ci vogliono sempre le parole o i fatti. E' necessario dimostrare chi sei. Sarebbe bello doversi limitare a mostrarlo. Sarebbe tutto più semplice. (Tratto da romanzo "Bianca come il latte, rossa come il sangue" di Alessandro D'Avenia)
domenica 28 febbraio 2016
L'ultimo amore di un uomo...
Argenis Montalvo Cerpa. Compania Nacional de Danza Mexico.
Gli uomini vorrebbero essere sempre il primo amore di una donna. Questa è la loro sciocca vanità. Le donne hanno un istinto più sottile per le cose: a loro piace essere l'ultimo amore di un uomo. (Oscar Wilde)
Gli uomini vorrebbero essere sempre il primo amore di una donna. Questa è la loro sciocca vanità. Le donne hanno un istinto più sottile per le cose: a loro piace essere l'ultimo amore di un uomo. (Oscar Wilde)
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giovedì 25 febbraio 2016
I sogni non hanno fretta...
Opera di Renso Castaneda.
I sogni sono sempre senza data e non hanno fretta se si dovranno avverare. Sono sospesi tra il cielo e la terra e sono in balìa dei venti. Regalano sempre emozioni e portano nelle tue braccia la carezza dell'impossibile. (tratta da "Uguali ma diversi" di Iginio Carvelli)
I sogni sono sempre senza data e non hanno fretta se si dovranno avverare. Sono sospesi tra il cielo e la terra e sono in balìa dei venti. Regalano sempre emozioni e portano nelle tue braccia la carezza dell'impossibile. (tratta da "Uguali ma diversi" di Iginio Carvelli)
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martedì 23 febbraio 2016
I più felici sono coloro...
I più felici sono coloro che vivono giorno per giorno come i bambini, portando a spasso le loro bambole che svestono e rivestono, girando con gran rispetto intorno alla dispensa dove la mamma ha rinchiuso i dolci, e quano infine riescono a ottenere quanto desiderano, lo dovorano a piena bocca gridando: "Ancora!". (Johann Wolfgang Goethe)
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domenica 21 febbraio 2016
La solitudine è silenziosa e fredda.
La solitudine è indipendenza: l'avevo desiderata e me l'ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri. (tratto da "Il lupo della steppa" di Hermann Hesse)
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mercoledì 17 febbraio 2016
Cerca di essere te stesso...
Fai attenzione alla tua ombra. Ogni uomo ha un fratello che è la sua copia esatta. E' muto e cieco e vede e sente tutto, proprio come lui. Arriva nel giorno e scompare la notte, quando il buio lo risucchia sottoterra, nella sua vera casa. Ma basta accendere un fuoco e lui è di nuovo li, a danzare alla luce delle fiamme, docile ai comandi e senza la possibilità di ribellarsi. Sta disteso per terra perchè glielo ordina la luna, sta in piedi su una parete quando il sole glielo concede, sta attaccato ai suoi piedi perchè non può andarsene. Mai. Quest'uomo è la tua ombra. E' con te da quando sei nato. Quando perderai la tua vita, la perderà con te, senza averla vissuta mai. Cerca di essere te stesso e non la tua ombra o te ne andrai senza sapere che cos'è la vita. (Giorgio Faletti, "Fuori da un evidente destino")
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sabato 13 febbraio 2016
Following a bird... (inseguendo un uccellino...)
"Se la musica vi fa piangere, non avete dubbi, è quella giusta".
"Noi diciamo che perdersi è brutto, ma perdere le paure e i pregiudizi è un bene".
"La musica siamo noi. La musica è una cosa che condividiamo. Noi mettiamo le mani ma la cosa più importante che esiste è ascoltare".
"Noi diciamo che perdersi è brutto, ma perdere le paure e i pregiudizi è un bene".
"La musica siamo noi. La musica è una cosa che condividiamo. Noi mettiamo le mani ma la cosa più importante che esiste è ascoltare".
(Ezio Bosso, pianista, compositore, direttore d'orchestra)
lunedì 8 febbraio 2016
Questo sono io.
Un sognatore che cammina solo su una spiaggia, un deserto intorno a lui; una testa invecchiata e tranquilla intorno alla quale ruotano uccelli di tempesta, stupiti; Dio chiamto a testimone, di tanto in tanto, in presenza di rocce e alberi; una canna che non soltanto pensa, ma medita; dei capelli che da neri diventano grigi, e da grigi diventano bianchi nella solitudine; un uomo che si sente diventare sempre più ombra; il lungo scorrere degli anni su colui che è assente, ma non morto; la gravità pensosa di questo diseredato; la nostalgia di questo innocente...
Un uomo talmente rovinato che non ha più che il suo "Onore"; talmente spogliato che non ha più che la sua "Coscienza"; talmente isolato che non ha più accanto che "l'Equità"; talmente rinnegato che non ha più con sè che la "Verità"; talmente respinto nelle tenebre che non gli resta più che il "Sole", ecco cos'è un proscritto. Ecco cosa sono io. (Victor-Marie Hugo, da Atti e Parole, 1852)
Un uomo talmente rovinato che non ha più che il suo "Onore"; talmente spogliato che non ha più che la sua "Coscienza"; talmente isolato che non ha più accanto che "l'Equità"; talmente rinnegato che non ha più con sè che la "Verità"; talmente respinto nelle tenebre che non gli resta più che il "Sole", ecco cos'è un proscritto. Ecco cosa sono io. (Victor-Marie Hugo, da Atti e Parole, 1852)
sabato 6 febbraio 2016
Quando si è fragili...
Baia di San Francisco USA.
Quando si è fragili emotivamente, basta guardare un panorama, ascoltare il suono del mare e ricordarsi il volto delle persone con cui siamo stati fino a qualche istante prima. (Tratto dal libro "Delfini" di B, Yoshimoto)
Quando si è fragili emotivamente, basta guardare un panorama, ascoltare il suono del mare e ricordarsi il volto delle persone con cui siamo stati fino a qualche istante prima. (Tratto dal libro "Delfini" di B, Yoshimoto)
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venerdì 29 gennaio 2016
L'eterno ragazzo Fausto Coppi
Nessuno più di Coppi ha popolato i sogni della nostra adolescenza.
Sembra uno scheletro di canna, un atleta di vetro. In realtà, è un campione eccezionale, volitivo e crudamente sfortunato. Per tutta la breve vita Fausto Coppi lotta contro la fragile struttura delle sue ossa. Nove cadute, nove fratture, e ogni volta in piedi, più combattivo di prima. Non lo ferma neppure la morte del fratello Serse durante un giro del Piemonte. Atleta leggendario, nel 1978, diciotto anni dopo la morte, un referendum del "Corriere d'informazione" lo vede davanti a Nuvolari, Meazza, Berruti. Al Velodromo di Parigi 19.700 spettatori paganti gridano impazziti "Fostò". L'impresario Mouton gli dice gongolante che De Gaulle, pochi giorni prima, ne ha avuti 25 mila ma non paganti. Su 666 corse, si aggiudica 118 vittorie. Il suo primato dell'ora resiste per 14 anni.
Coppi vede la luce nel 1919 in una modesta famiglia contadina di Castellania, in provincia di Alessandria. Comincia a correre da dilettante nel 1938 e nel 1940 vince il suo primo giro d'italia battendo l'idolo Gino Bartali. Impara la dura disciplina sportiva dall'"orbo di Novi", il massaggiatore cieco Biagio Cavanna, il quale gli insegna anche che il ciclismo è uno sport di poveri per poveri. Coppi ne farà uno sport milionario.
Fausto sembra uno zingaro, scuro, segaligno, capelli tirati, denti cavallini, occhi a palla, viso da eterno ragazzo, taciturno, malinconico, pignolo, modesto, educato, solitario, intelligente, candido. Offre agli amici la mano del cuore; agli altri, la destra. E' alto 1,77, il suo peso forma è 77 chili. Elegantissima la sua pedalata. Amministratore oculato, fa del proprio corpo una macchina formidabile, perfetta. Conosce le diete sportive, energetiche e disintossicanti, e celebri diventano i suoi "panini-bomba": carne cruda, miele, aglio, lievito di birra, germi di grano.
Resta il "campionissimo" anche quando, nel 1953, una tempesta sentimentale si abbatte sulla sua vita. Le vicende della "dama bianca" riempiono le pagine dei giornali, e non solo di quelli sportivi. La tifoseria nazionale prova un acuto gelo per la bella Giulia Occhini, il suo nuovo amore. Per il campione lei abbandona una quieta e benpensante vita borghese, si fa mettere alla gogna peggio della Maddalena, e in galera per adulterio, ma gli dà un figlio, Faustino. Altri tempi, altra moralità coniugale, altra barbarie! Partito nel 1959 con l'amico e collega Raphael Geminiani per il Centro-Africa per una spedizione di caccia e una serie di gare, rientra a Natale, affetto da una malattia "misteriosa" che ha colpito anche il campione francese. I medici dell'Istituto parigino Pasteur, specializzati in malattie infettive e tropicali, gli diagnosticano la malaria. I clinici di Fausto, convocati al suo capezzale, sbagliano grossolanamente la diagnosi: congestione polmonare. La solita iella. Geminiani si salva. Coppi muore.
L'emozione nel mondo sportivo è immensa, il pianto di tanti tifosi, compreso il nostro, accorato e sincero. Scrive di lui Indro Montanelli su Corriere della Sera: "Non correva mai contro gli avversari: non ne aveva... correva contro gli elementi, i malanni, le cadute, che mettevano a repentaglio la sua fralezza, gonfio d'aria come una rondine".
E Orio Vergani, altra insigne firma del quotidiano di via Solferino: "Il grande airone ha chiuso le ali. Quante volte Fausto Coppi evocò in noi l'immagine di un grande airone lanciato in volo con il battere delle lunghe ali, a sfiorare valli, monti, spiagge?". (di Roberto Gervaso - "A tu per tu")
Sembra uno scheletro di canna, un atleta di vetro. In realtà, è un campione eccezionale, volitivo e crudamente sfortunato. Per tutta la breve vita Fausto Coppi lotta contro la fragile struttura delle sue ossa. Nove cadute, nove fratture, e ogni volta in piedi, più combattivo di prima. Non lo ferma neppure la morte del fratello Serse durante un giro del Piemonte. Atleta leggendario, nel 1978, diciotto anni dopo la morte, un referendum del "Corriere d'informazione" lo vede davanti a Nuvolari, Meazza, Berruti. Al Velodromo di Parigi 19.700 spettatori paganti gridano impazziti "Fostò". L'impresario Mouton gli dice gongolante che De Gaulle, pochi giorni prima, ne ha avuti 25 mila ma non paganti. Su 666 corse, si aggiudica 118 vittorie. Il suo primato dell'ora resiste per 14 anni.
Coppi vede la luce nel 1919 in una modesta famiglia contadina di Castellania, in provincia di Alessandria. Comincia a correre da dilettante nel 1938 e nel 1940 vince il suo primo giro d'italia battendo l'idolo Gino Bartali. Impara la dura disciplina sportiva dall'"orbo di Novi", il massaggiatore cieco Biagio Cavanna, il quale gli insegna anche che il ciclismo è uno sport di poveri per poveri. Coppi ne farà uno sport milionario.
Fausto sembra uno zingaro, scuro, segaligno, capelli tirati, denti cavallini, occhi a palla, viso da eterno ragazzo, taciturno, malinconico, pignolo, modesto, educato, solitario, intelligente, candido. Offre agli amici la mano del cuore; agli altri, la destra. E' alto 1,77, il suo peso forma è 77 chili. Elegantissima la sua pedalata. Amministratore oculato, fa del proprio corpo una macchina formidabile, perfetta. Conosce le diete sportive, energetiche e disintossicanti, e celebri diventano i suoi "panini-bomba": carne cruda, miele, aglio, lievito di birra, germi di grano.
Resta il "campionissimo" anche quando, nel 1953, una tempesta sentimentale si abbatte sulla sua vita. Le vicende della "dama bianca" riempiono le pagine dei giornali, e non solo di quelli sportivi. La tifoseria nazionale prova un acuto gelo per la bella Giulia Occhini, il suo nuovo amore. Per il campione lei abbandona una quieta e benpensante vita borghese, si fa mettere alla gogna peggio della Maddalena, e in galera per adulterio, ma gli dà un figlio, Faustino. Altri tempi, altra moralità coniugale, altra barbarie! Partito nel 1959 con l'amico e collega Raphael Geminiani per il Centro-Africa per una spedizione di caccia e una serie di gare, rientra a Natale, affetto da una malattia "misteriosa" che ha colpito anche il campione francese. I medici dell'Istituto parigino Pasteur, specializzati in malattie infettive e tropicali, gli diagnosticano la malaria. I clinici di Fausto, convocati al suo capezzale, sbagliano grossolanamente la diagnosi: congestione polmonare. La solita iella. Geminiani si salva. Coppi muore.
L'emozione nel mondo sportivo è immensa, il pianto di tanti tifosi, compreso il nostro, accorato e sincero. Scrive di lui Indro Montanelli su Corriere della Sera: "Non correva mai contro gli avversari: non ne aveva... correva contro gli elementi, i malanni, le cadute, che mettevano a repentaglio la sua fralezza, gonfio d'aria come una rondine".
E Orio Vergani, altra insigne firma del quotidiano di via Solferino: "Il grande airone ha chiuso le ali. Quante volte Fausto Coppi evocò in noi l'immagine di un grande airone lanciato in volo con il battere delle lunghe ali, a sfiorare valli, monti, spiagge?". (di Roberto Gervaso - "A tu per tu")
mercoledì 27 gennaio 2016
Vivevo nei panni di un alieno...
Budapest
Venti giorni dopo una mattina di settembre mi sveglio troppo presto e sbiaditi pensieri affollavano la mia mente. La notte era stata piena di suoni consueti, tra gli echi della nettezza urbana e i cani che abbaiavano sotto il mio balcone. Me ne rimango a poltrire sotto la coperta di lana per osservare il soffitto per un po'. Fuori il silenzio più assoluto, si sente solo il suono dei versi degli animali, che mi piace particolarmente. Poi il nuovo giorno mi obbligò a scendere dal letto e decido, perciò, di uscire di casa che era ancora l’alba. Era una cosa strana per me annusare il profumo fresco nell’aria prima della pioggia. Proseguii deluso, senza meta all’ombra dei palazzi e mi sentivo come smarrito. Attraversai le lunghe vie alberate della città grigia e odorosa di terra umida, tra gli umori della gente che mi sfiorava indifferente. Mi piaceva camminare da solo, mi rilassava, mi dava modo di creare un ordine mentale personale in cui meditare e riordinare le idee. Vivevo nei panni di un alieno che non vola, vivevo ai margini di un vita vera e non mi riconoscevo. Il caldo saliva piano dal fondo della strada e tutt'intorno vi era un'afa insopportabile. Camminavo ormai da un'ora. Mi sentivo molto stanco ed il fisico non rispondeva più agli impulsi del cervello. La vista si era annebbiata e ogni cosa mi appariva offuscata dai fumi del caldo che salivano dalla strada a intervalli regolari. Dopo aver consumato la colazione in un bar colmo di gente, situato vicino alla biblioteca comunale, rimasi lì un attimo, fermo davanti alla porta, a pensarci su. Iniziai a muovermi stancamente lungo i portici e girando l’angolo, vidi sopraggiungere all’improvviso, due occhi seducenti e ammiccanti che mi scorrevano davanti, fissandomi. Mi ricordavano qualcosa e un brivido corse lungo la schiena. (tratto dal romanzo "My story")
Venti giorni dopo una mattina di settembre mi sveglio troppo presto e sbiaditi pensieri affollavano la mia mente. La notte era stata piena di suoni consueti, tra gli echi della nettezza urbana e i cani che abbaiavano sotto il mio balcone. Me ne rimango a poltrire sotto la coperta di lana per osservare il soffitto per un po'. Fuori il silenzio più assoluto, si sente solo il suono dei versi degli animali, che mi piace particolarmente. Poi il nuovo giorno mi obbligò a scendere dal letto e decido, perciò, di uscire di casa che era ancora l’alba. Era una cosa strana per me annusare il profumo fresco nell’aria prima della pioggia. Proseguii deluso, senza meta all’ombra dei palazzi e mi sentivo come smarrito. Attraversai le lunghe vie alberate della città grigia e odorosa di terra umida, tra gli umori della gente che mi sfiorava indifferente. Mi piaceva camminare da solo, mi rilassava, mi dava modo di creare un ordine mentale personale in cui meditare e riordinare le idee. Vivevo nei panni di un alieno che non vola, vivevo ai margini di un vita vera e non mi riconoscevo. Il caldo saliva piano dal fondo della strada e tutt'intorno vi era un'afa insopportabile. Camminavo ormai da un'ora. Mi sentivo molto stanco ed il fisico non rispondeva più agli impulsi del cervello. La vista si era annebbiata e ogni cosa mi appariva offuscata dai fumi del caldo che salivano dalla strada a intervalli regolari. Dopo aver consumato la colazione in un bar colmo di gente, situato vicino alla biblioteca comunale, rimasi lì un attimo, fermo davanti alla porta, a pensarci su. Iniziai a muovermi stancamente lungo i portici e girando l’angolo, vidi sopraggiungere all’improvviso, due occhi seducenti e ammiccanti che mi scorrevano davanti, fissandomi. Mi ricordavano qualcosa e un brivido corse lungo la schiena. (tratto dal romanzo "My story")
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domenica 17 gennaio 2016
Chi lotta contro i mediocri...
Chi lotta contro i mediocri deve fare attenzione a non diventare un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso anche l'abisso vorrà guardare dentro di te. (Friedrich Wilhelm Nietzsche, 1844-1900, filosofo, poeta e compositore)
mercoledì 6 gennaio 2016
L'ombra dell'esame che stava per arrivare...
Dopo qualche mese arrivò l'esame di maturità. Le materie lampeggianti furono italiano, storia, filosofia, greco, latino. Un'infinità di cose imparate a memoria, alcune capite, altre no. Poi, la grande prova: poche domande, risposte volate via dalla bocca. Fuggite. Gli ultimi mesi di liceo furono strani. Rapidi e lentissimi, al tempo stesso, liquefatti da una sottile e rarefatta paura per un giorno che ritenevamo importante. Il più importante, come se fosse decisivo di qualcosa. Chissa di che. In fondo non conoscevamo ancora le difficoltà della vita. I giorni trascorsero veloci, velocissimi: pomeriggi di studio, finto o reale, e serate. Svaghi notturni su cui aleggiava l'ombra dell'esame che stava per arrivare. Esame. Una parola di plastica sulle nostre bocche, ripetuta tanto da perdere il suo valore semantico. (Rossella Luongo nel romanzo "Latte acido")
domenica 3 gennaio 2016
Rubammo gli ultimi raggi di sole...
Giunti sulla spiaggia ci concedemmo un bagno nel mare consumato e caldo di fine agosto. Rubammo gli ultimi raggi di sole, i tubi delle creme abbronzanti erano quasi vuoti. Chiara e Andrea si tenevano per mano lungo la riva, restai a guardare i loro passi sulla sabbia cancellati dal rotolio delle onde basse. Si allontanarono verso gli scogli, Andrea le cinse la schiena sfiorandole il bordo del costume, giocando con il ritmo del passo, per farle sentire la mano sul primo accenno di rotondità. Lei lo guardava innamorata, senza limiti. Curiosa. Li vidi diventare sempre più piccoli all'orizzonte, giocare tra gli scogli irregolari, spruzzarsi l'acqua sul viso e sulle gambe, sulla pancia, sui seni armoniosi di lei. Poi li persi d'occhio mentre Andrea le leccava le dita salate, abbassando ed alzando lo sguardo, per poi staccarsi e tornare sulla bocca sfiorata dal sole. Scomparvero dietro lo scoglio più alto, dove si sentiva soltanto il rumore delle onde scontrarsi sulle rocce. (tratto dal romanzo "Latte acido" di Rossella Luongo)
venerdì 1 gennaio 2016
giovedì 31 dicembre 2015
Accettazione della nostra individualità...
Cos’e l’amicizia?
L’amicizia si può definire come un rapporto nel quale essere se stessi, senza falsi pudori. Un rapporto in cui accettare le critiche, purché siano costruttive e non si basino sui valori. Un rapporto caratterizzato dal piacere, a volte dal conflitto, ma per la maggior parte dall’accettazione della nostra individualità. (Mireille Bourret, dal libro “Amicizie tossiche”)
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martedì 29 dicembre 2015
Inciampare sul ciglio di un precipizio...
Ho preso il primo aereo, anche se non era diretto, e sono partito subito. Per ritornare in fretta sarei atterrato a Roma e avrei proseguito con il treno fino a Colle Ventoso. Il viaggio è stato inciampare sul ciglio di un precipizio. Ho rivisto la mia vita all'indietro. Una pioggia di pietre scagliate con violenza. Proiettate in flashback sul muro della mia infanzia. Della mia adolescenza. Della mia giovinezza. La voglia insoddisfatta di dialogare con mio padre. Il panico di non poterlo fare mai più. Per sempre. (tratto dal romanzo di Rossella Luongo "Latte acido")
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sabato 26 dicembre 2015
Perdere un amico...
Perdere un amico, è la cosa peggiore che
possa capitare ad ogni essere umano presente sulla terra.
Ma perdere un amico a volte è inevitabile, no non è cattiveria ma noi cambiamo ogni giorno, o forse le strade da percorrere sono diverse e ci portano lontano gli uni dalle altri.
Ma perdere un amico a volte è inevitabile, no non è cattiveria ma noi cambiamo ogni giorno, o forse le strade da percorrere sono diverse e ci portano lontano gli uni dalle altri.
Amico mio ti ho perso ma, so, che mai ti perderò… perchè
sei parte dei miei ricordi…parte della mia vita e ciò che mi hai dato…ciò che
ti ho dato mai si perderà! (S. Shan)
venerdì 25 dicembre 2015
Merry Christmas
Merry Christmas to you heart that respects all without spare. (Buon Natale di cuore a te che rispetti tutti senza risparmiarti).
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mercoledì 23 dicembre 2015
Quel sussulto improvviso...
Di colpo quattro uccelli spaventati erano svolazzati fuori da dietro l'erba alta a un centinaio di metri da noi. Sussultammo e ci sorridemmo a vicenda per un attimo prima di abbassare entrambi i finestrini come se avessimo bisogno di inspirare l'aria fresca di casa nostra. Quel sussulto improvviso aveva interrotto il silenzio mesto e infastidito che era calato tra di noi e lasciava intendere che presto avremmo fatto pace. Se non proprio quel giorno, comunque presto. D'un tratto sembrava un'eventualità plausibile. (tratto dal libro di Edmund White "Jack Holmes e il suo amico")
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domenica 20 dicembre 2015
E la luna si appoggiava, spaurita, sugli orli lucenti...
Da una parte il cielo era tutto schiarito, e vi brillavano certe stellucce umide, sperdute nella sua grandezza, come in una sconfinata parete di metallo, da dove, sulla terra venisse a cadere qualche misero soffio di vento. Dall'altra parte, come ci si voltava, verso Roma, c'era ancora brutto tempo, con dei nuvoli grevi di pioggia e fulmini, che però s'andavano sbrillentando all'orizzonte cosparso di lumi. Da un'altra parte ancora il cielo si stendeva, proprio lì sopra Tiburtino, come sopra l'imbuto d'un cortile, e la luna si appoggiava, spaurita, sugli orli lucenti di qualche macchia di vapore vagante. Giù per le strade tutte uguali di Tiburtino non c'era ormai nessuno, e solo dalla strada centrale si sentiva qualche rumore. (tratto dal libro "Ragazzi di vita" di P.P.Pasolini)
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venerdì 18 dicembre 2015
L'amore senza speranza...
"Io so a memoria la miseria, e la miseria è il copione della vera comicità. Non si può far ridere se non si conoscono bene il dolore, la fame, il freddo, l'amore senza speranza... e la vergogna dei pantaloni sfondati, il desiderio di un caffellatte, la prepotenza esosa degli impresari... Insomma non si può essere un vero attore comico senza aver fatto la guerra con la vita". (Principe Antonio de Curtis, in arte Totò)
"Sono nato un 15 febbraio: acquariano, porta buono. Ma l'anno, che importanza può avere? Un attore non lo deve mai sapere. L'importante è sentirsi giovani. E io mi sento giovane e sempre pronto - se dovesse presentarsi un'occasione favorevole - a tornare ancora una volta sul palcoscenico e a togliere dal "cassetto dei ricordi" quel piumetto che un bersagliere del Terzo mi gettò una sera dal loggione ai tempi di "Eravamo sette sorelle". Quel piumetto che diede vita alla mia più felice e sfrenata improvvisazione..." (Principe Antonio de Curtis, in arte Totò)
giovedì 17 dicembre 2015
Amo la solitudine, amo il mio mese d'intimità...
San Gregorio Armeno NA - Foto di Febix96.
Amo la solitudine, amo il mio mese d'intimità; amo stare da solo, amo fare quello che più mi piace, amo riappropriarmi della mia vita, non essere condizionato dal volere, dalle esigenze e dai desideri degli altri, di fare cose imposte dalle leggi della convivenza; amo estraniarmi, appartarmi nella mia solitudine, rintanarmi nella mia vita interiore, raccogliere i pensieri. (tratto dal libro "Pensieri di un viaggiatore fra nuvole e paludi" di Enrico La Rosa - Farneticazioni del 22 luglio 1990)
Amo la solitudine, amo il mio mese d'intimità; amo stare da solo, amo fare quello che più mi piace, amo riappropriarmi della mia vita, non essere condizionato dal volere, dalle esigenze e dai desideri degli altri, di fare cose imposte dalle leggi della convivenza; amo estraniarmi, appartarmi nella mia solitudine, rintanarmi nella mia vita interiore, raccogliere i pensieri. (tratto dal libro "Pensieri di un viaggiatore fra nuvole e paludi" di Enrico La Rosa - Farneticazioni del 22 luglio 1990)
martedì 15 dicembre 2015
Ama il tuo peccato e...
Dipinti situati all'interno dell'Abbazia di San Nilo di Grottaferrata (RM)Ama, ama follemente, ama più che puoi, e se ti dicono che è "peccato", ama il tuo peccato e sarai innocente. (William Shakespeare, drammaturgo inglese, 1564-1616)
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lunedì 14 dicembre 2015
Quando ho capito che...
Seattle - Washington
Quando ho capito che ogni mattina avrei rivisto quella luce, non riuscivo a capacitarmi della mia fortuna... Decisi di non lasciare Nizza e vi rimasi tutta la mia vita (Henri Matisse)
Porto - Portugal
Quando ho capito che ogni mattina avrei rivisto quella luce, non riuscivo a capacitarmi della mia fortuna... Decisi di non lasciare Nizza e vi rimasi tutta la mia vita (Henri Matisse)
Porto - Portugal
sabato 5 dicembre 2015
Non riusciva a sfuggire al fascino...
Dorian Gray aggrottò la fronte e si volse dall'altra parte. Non riusciva a sfuggire al fascino del giovane alto e bello che gli stava accanto. Lo interessavano il suo romantico viso olivastro e l'espressione vissuta. C'era qualcosa di cattivante nella sua voce bassa e languida. Anche le fresche mani bianche, simili a fiori, possedevano uno strano fascino. Quando parlava. ondeggiavano come una musica e sembravano esprimersi in un loro linguaggio. (tratto dal libro "Il ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde)
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venerdì 20 novembre 2015
Aoh, me 'a voi dà sta cica?
Opera di Carlo Bertocci.
Sul cavalcavia della stazione Tiburtina, due ragazzi spingevano un carretto con sopra delle poltrone. Era mattina, e sul ponte i vecchi autobus, quello per Monte Sacro, quello per Tiburtino III, quello per Settecamini, e il 409 che voltava subito sotto il ponte, giù per Casal Bertone e l'Acqua Bulicante, verso Porta Furba, cambiavano marcia raschiando in mezzo alla folla, tra i tricicli e i carretti degli stracciaroli, le biciclette dei pischelli e i birrroccioni dei rossi burini che se tornavano calmi calmi dai mercati verso gli orti della periferia. Anche i marciapiedi scrostrati ai lati del ponte, erano tutti pieni di gente: colonne di operai, di sfaccendati, di madri di famiglia scese dal tram al Portonaccio, proprio sotto i muraglioni del Verano e che trascinavano le borse piene di carciofoli e cotiche, verso le casupole della via Tiburtina, o verso qualche grattacielo, costruito da poco, tra i rottami in mezzo ai cantieri, ai depositi di ferrivecchi e di legname, alle grosse fabbriche di Fiorentini, o della Romana Compensati. Proprio in cima al ponte, tra la marea di macchine e di pedoni, i due ragazzi che trascinavano il carretto a strappi, senza badare agli zompi che faceva sulle buche del selciato, e andandosene più adagio che potevano, si fermarono, e si misero a sedere sui bordi del carretto. Uno tirò fuori dal fondo d'una saccoccia una cicca e se l'accese. L'altro appoggiato al bracciale di una poltrona, a striscioni rossi e bianchi, aspettò il suo turno per tirare una boccata, e per il caldo si tolse di sotto i calzoni la maglietta nera. Ma l'altro continuava a fumare senza badargli. "Aoh", fece allora, "me 'a voi dà sta cica?" "Tiè, basta che te stai zitto", disse l'altro passandogliela. (tratto dal libro di Pier Paolo Pasolini, "Ragazzi di vita")
Sul cavalcavia della stazione Tiburtina, due ragazzi spingevano un carretto con sopra delle poltrone. Era mattina, e sul ponte i vecchi autobus, quello per Monte Sacro, quello per Tiburtino III, quello per Settecamini, e il 409 che voltava subito sotto il ponte, giù per Casal Bertone e l'Acqua Bulicante, verso Porta Furba, cambiavano marcia raschiando in mezzo alla folla, tra i tricicli e i carretti degli stracciaroli, le biciclette dei pischelli e i birrroccioni dei rossi burini che se tornavano calmi calmi dai mercati verso gli orti della periferia. Anche i marciapiedi scrostrati ai lati del ponte, erano tutti pieni di gente: colonne di operai, di sfaccendati, di madri di famiglia scese dal tram al Portonaccio, proprio sotto i muraglioni del Verano e che trascinavano le borse piene di carciofoli e cotiche, verso le casupole della via Tiburtina, o verso qualche grattacielo, costruito da poco, tra i rottami in mezzo ai cantieri, ai depositi di ferrivecchi e di legname, alle grosse fabbriche di Fiorentini, o della Romana Compensati. Proprio in cima al ponte, tra la marea di macchine e di pedoni, i due ragazzi che trascinavano il carretto a strappi, senza badare agli zompi che faceva sulle buche del selciato, e andandosene più adagio che potevano, si fermarono, e si misero a sedere sui bordi del carretto. Uno tirò fuori dal fondo d'una saccoccia una cicca e se l'accese. L'altro appoggiato al bracciale di una poltrona, a striscioni rossi e bianchi, aspettò il suo turno per tirare una boccata, e per il caldo si tolse di sotto i calzoni la maglietta nera. Ma l'altro continuava a fumare senza badargli. "Aoh", fece allora, "me 'a voi dà sta cica?" "Tiè, basta che te stai zitto", disse l'altro passandogliela. (tratto dal libro di Pier Paolo Pasolini, "Ragazzi di vita")
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venerdì 6 novembre 2015
Non ne sentivo la mancanza...
Ponte di Tokio Japan.
D'inverno, da queste parti, le giornate sono lunghe, non passa quasi nessuno. Ho una piccola radio che si carica con il sole, me l'ha regalata una signora che si è fermata a parlare con me l'estate scorsa. Non ne sentivo la mancanza, ma rifiutare un regalo è un gesto di grande indelicatezza, così per mesi quella piccola scatola nera è rimasta su una mensola della cucina. Poi, quest'autunno, dopo giorni di pioggia interminabili, l'ho accesa. La prima impressione è stata quella di una ferita: due conduttori, con toni esagitati, parlavano di assolute sciocchezze. Al primo intervento ho cambiato canale, ma non mi è andata molto meglio e così, dopo un paio di altri tentativi, l'ho spenta. Avevo la netta sensazione che qualcuno mi avesse preso per le spalle e mi avesse scosso con violenza. Tutti i miei pensieri, tutta la mia energia erano sottosopra. (tratto dal romanzo di Susanna Tamaro "Per sempre")
D'inverno, da queste parti, le giornate sono lunghe, non passa quasi nessuno. Ho una piccola radio che si carica con il sole, me l'ha regalata una signora che si è fermata a parlare con me l'estate scorsa. Non ne sentivo la mancanza, ma rifiutare un regalo è un gesto di grande indelicatezza, così per mesi quella piccola scatola nera è rimasta su una mensola della cucina. Poi, quest'autunno, dopo giorni di pioggia interminabili, l'ho accesa. La prima impressione è stata quella di una ferita: due conduttori, con toni esagitati, parlavano di assolute sciocchezze. Al primo intervento ho cambiato canale, ma non mi è andata molto meglio e così, dopo un paio di altri tentativi, l'ho spenta. Avevo la netta sensazione che qualcuno mi avesse preso per le spalle e mi avesse scosso con violenza. Tutti i miei pensieri, tutta la mia energia erano sottosopra. (tratto dal romanzo di Susanna Tamaro "Per sempre")
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mercoledì 4 novembre 2015
Amo ferocemente, disperatamente la vita...
Opera di Christian Schoeler.
Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l'erba, la gioventù. L'amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro. (dal libro di Pier Paolo Pasolini, "Il cinema in forma di poesia")
Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l'erba, la gioventù. L'amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro. (dal libro di Pier Paolo Pasolini, "Il cinema in forma di poesia")
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martedì 3 novembre 2015
Pei lungoteveri a rimorchiare...
"Palladio", Teatro Olimpico di Vicenza.
Era una caldissima giornata di luglio. Il Riccetto che doveva farsi la prima comunione e la cresima s'era alzato già alle cinque; ma mentre scendeva giù per via Donna Olimpia coi calzoni lunghi grigi e la camicetta bianca, piuttosto che un comunicando o un soldato di Gesù pareva un pischello quando se ne va acchittato pei lungoteveri a rimorchiare. Con una compagnia di maschi uguali a lui, tutti vestiti di bianco, scese giù alla chiesa della Divina Provvidenza, dove alle nove Don Pizzuto gli fece la comunione e alle undici il vescovo lo cresimò. (tratto dal romanzo "Ragazzi di vita" di Pier Paolo Pasolini)
Era una caldissima giornata di luglio. Il Riccetto che doveva farsi la prima comunione e la cresima s'era alzato già alle cinque; ma mentre scendeva giù per via Donna Olimpia coi calzoni lunghi grigi e la camicetta bianca, piuttosto che un comunicando o un soldato di Gesù pareva un pischello quando se ne va acchittato pei lungoteveri a rimorchiare. Con una compagnia di maschi uguali a lui, tutti vestiti di bianco, scese giù alla chiesa della Divina Provvidenza, dove alle nove Don Pizzuto gli fece la comunione e alle undici il vescovo lo cresimò. (tratto dal romanzo "Ragazzi di vita" di Pier Paolo Pasolini)
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sabato 31 ottobre 2015
E' fatale che io debba vivere così...
E' fatale che io debba vivere così, sempre in agitazione, in un'irrequietezza indescrivibile, assetato di desiderio, di mille desideri l'uno più strano ed alto dell'altro, dilaniato dall'amore, torturato dall'arte, pazzo sognatore che reco il cuore palpitante tra la folla impassibile, e cerco come per fatalità, in nuove cose tormenti nuovi, e vivo nel disordine, e lavoro con la stessa foga con cui tiro di spada, o poltrisco in torpori lunghi e spossanti, e languo nelle penombre lente dei salotti, e bevo avido l'aria vasta e la fulgida luce, prodigo, scialacquatore, temerario, generoso, affettuoso, innamorato di te, triste, gaio, da un'ora all'altra, indomabile e indomato. (lettera a Gisella Zucconi, datata 20 marzo 1882, di Gabriele D'Annunzio)
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lunedì 19 ottobre 2015
Dell'intromissione di un terzo...
Non
vi è nulla che abbia maggiormente rilevanza, in qualsiasi circostanza,
dell'intromissione di un terzo. Ho visto amici, fratelli, innamorati, coniugi i
cui rapporti sono completamente cambiati, le cui condizioni si sono del tutto
invertite a causa dell'intervento casuale o deliberato d'una terza persona. (Johann Wolfgang Goethe,
dal libro "Le affinità elettive")
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domenica 11 ottobre 2015
Non si deve mai manifestare collera...
Lasciar trapelare collera oppure odio da parole o da espressioni del viso è inutile, è pericoloso, è sciocco, ridicolo e volgare. Quindi non si deve mai manifestare collera, nè odio altrimenti che con i fatti. Questa seconda cosa riuscirà tanto meglio quanto più accuratamente si sarà evitata la prima. Solo gli animali a sangue freddo sono velenosi. (Arthur Shopenhauer, filosofo)
sabato 10 ottobre 2015
In piena notte sento un rumore.
Natural History Museum. London. Great Britain
Non saprei di cosa parlare... Della morte o dell'amore? O magari è lo stesso?... Di cosa allora?
...Ci eravamo sposati da poco. Quando uscivamo assieme ci tenevamo sempre per mano, anche se entravamo in un negozio... Io gli dicevo: "Ti amo". Ma non sapevo ancora quanto... Non ne avevo idea... Vivevamo negli alloggi del reparto dei Vigili del fuoco dove lui prestava servizio. Al primo piano. E c'erano altre tre giovani famiglie, la cucina era in comune. Di sotto, al pianterreno, c'era la rimessa delle macchine antincendio. I rossi carri dei pompieri. Era il suo lavoro. Io sapevo sempre dove si trovava, quello che rischiava. In piena notte sento un rumore. Guardo dalla finestra. Lui mi vede: "Chiudi le soprafinestre e torna a dormire. C'è un incendio alla centrale. Tornerò presto". Lo scoppio vero e proprio non l'ho visto. Solo fiamme. Era tutto illuminato... Tutto il cielo... Le fiamme alte. La fuliggine che ricadeva. Un calore terribile. E lui che non arrivava. La fuliggine veniva del bitume che bruciava, il tetto della centrale era coperto di bitume. Più tardi lui mi racconterà che ci avevano camminato sopra ed era molle come la pece. Loro spegnevano le fiamme. Gettavano giù a pedate pezzi di grafite incendiati... Erano partiti così com'erano, in camicia, senza indossare la tenuta protettiva. Non li aveva avvertiti nessuno, li avevano chiamati come per un normale incendio. (tratto dal libro "Preghiera per Chernobyl" di Svetiana Aleksievic, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2015)
Non saprei di cosa parlare... Della morte o dell'amore? O magari è lo stesso?... Di cosa allora?
...Ci eravamo sposati da poco. Quando uscivamo assieme ci tenevamo sempre per mano, anche se entravamo in un negozio... Io gli dicevo: "Ti amo". Ma non sapevo ancora quanto... Non ne avevo idea... Vivevamo negli alloggi del reparto dei Vigili del fuoco dove lui prestava servizio. Al primo piano. E c'erano altre tre giovani famiglie, la cucina era in comune. Di sotto, al pianterreno, c'era la rimessa delle macchine antincendio. I rossi carri dei pompieri. Era il suo lavoro. Io sapevo sempre dove si trovava, quello che rischiava. In piena notte sento un rumore. Guardo dalla finestra. Lui mi vede: "Chiudi le soprafinestre e torna a dormire. C'è un incendio alla centrale. Tornerò presto". Lo scoppio vero e proprio non l'ho visto. Solo fiamme. Era tutto illuminato... Tutto il cielo... Le fiamme alte. La fuliggine che ricadeva. Un calore terribile. E lui che non arrivava. La fuliggine veniva del bitume che bruciava, il tetto della centrale era coperto di bitume. Più tardi lui mi racconterà che ci avevano camminato sopra ed era molle come la pece. Loro spegnevano le fiamme. Gettavano giù a pedate pezzi di grafite incendiati... Erano partiti così com'erano, in camicia, senza indossare la tenuta protettiva. Non li aveva avvertiti nessuno, li avevano chiamati come per un normale incendio. (tratto dal libro "Preghiera per Chernobyl" di Svetiana Aleksievic, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2015)
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